Sono da poco passate le 16,30 quando i giudici della prima Corte d'Assise d'Appello di Roma, dopo un paio d'ore in camera di consiglio, emettono la sentenza nel processo per la morte di Marco Vannini: la pena di Antonio Ciontoli passa a cinque anni di reclusione per omicidio colposo, con la revoca delle pene accessorie applicate in primo grado. Confermate le pene a tre anni per la moglie di Antonio, Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina (la fidanzata di Marco). Assolta nuovamente Viola Giorgini, fidanzata di Federico Ciontoli dall'accusa di omissione di soccorso. In primo grado il capofamiglia aveva ricevuto la pena di 14 anni di reclusione per il reato da omicidio volontario con dolo eventuale.  Il Procuratore Generale, Vincenzo Saveriano, nel corso della sua requisitoria, tenutasi l’8 gennaio scorso, aveva chiesto 14 anni di reclusione per tutta la famiglia Ciontoli, ritenendo tutti i membri responsabili in concorso tra loro di omicidio volontario, ed ha confermato la richiesta di assoluzione per Viola Giorgini.

"Cinque anni di reclusione", non appena vengono pronunciate queste parole in aula scoppia il caos e la Corte è costretta ad interrompere la lettura della sentenza. "Come potete dire una cosa del genere, mio figlio aveva 20 anni, aveva 20 anni vi rendete conto?" urla mamma Marina con tutto il fiato che ha mentre

si dirige verso il tavolo dei giudici. Si dispera, butta fuori tutta la rabbia fino ad essere scortata dai Carabinieri fuori dall'aula. Il suo unico figlio non c'è più da quasi quattro anni e con questa sentenza vede sgretolarsi ogni sua speranza di giustizia per la sua morte. Marina insieme alla sua famiglia lascia l'aula e continua ad urlare la sua indignazione fuori da piazzale Clodio. Accanto a lei il marito Valerio che risponde così ai cronisti: "La vita di Marco non può valere 5 anni soprattutto considerando le sue grida durante la chiamata al 118. Mio figlio si lamentava, chiedeva aiuto e loro si permettono di dare questa sentenza? È una vergogna". Accanto alla famiglia Vannini ci son0 come sempre gli amici del gruppo Facebook "Giustizia e verità per Marco Vannini", una realtà virtuale formata da quasi 50mila persone da tutta Italia che segue passo passo la vicenda giudiziaria esprimendo il proprio sostegno ai genitori Marina e Valerio.

L'omicidio di Marco Vannini

Si è concluso così il secondo capitolo giudiziario sulla morte di Marco Vannini, il giovane deceduto dopo essere stato raggiunto da un colpo di pistola la sera del 17 maggio del 2015, mentre si trovava nella villa dei genitori della sua fidanzata, in via De Gasperi a Ladispoli. Il ragazzo morirà dopo quasi 4 ore di agonia al pronto soccorso di Ladispoli. Nonostante Marco sia stato attinto da un proiettile rimarrà per quasi un'ora in quella villetta. Una prima telefonata al 118, fatta da Federico il fratello di Martina, viene poi annullata ‘perché Marco sembrava riprendersi'. All'operatrice del 118 non verrà detto dello sparo ma Federico le parlerà di uno spavento, un attacco di panico per uno scherzo. Solo a mezzanotte Antonio Ciontoli deciderà di chiamare di nuovo i soccorsi. "Il ragazzo ‘si è ferito con un pettine a punta scivolando nella vasca" dirà Ciontoli al telefono. Anche all'arrivo dell'ambulanza nessuno nominerà il colpo di pistola e Marco verrà trasportato in codice verde, perdendo altro tempo prezioso. Solo all'arrivo al Pit di Ladispoli, Antonio Ciontoli confesserà al dottor Matera che il ragazzo è stato attinto da un colpo di arma da fuoco. Immediatamente viene chiamato un elisoccorso per trasportare Marco d'urgenza all'ospedale Gemelli di Roma. Ma ormai è troppo tardi: Marco Vannini morirà alle 3.10 di notte mentre si trovava sull'eliambulanza.

L'ultima udienza

Durante questa ultima udienza hanno preso la parola i tre avvocati difensori della famiglia Ciontoli: Andrea Miroli, Pietro Messina e Domenico Ciruzzi (legale di Federico Ciontoli). Secondo la difesa solo Antonio Ciontoli era presente nel bagno quando è stato esploso il colpo, perciò era l'unico ad essere a conoscenza dei fatti dall'inizio. "Se Antonio Ciontoli ha agito per salvaguardare il posto di lavoro la morte di Marco ha determinato il fallimento di questo piano perciò Ciontoli non aveva mai considerato la possibilità che Marco potesse morire – ha dichiarato in aula l'avvocato Miroli – Antonio Ciontoli ha cercato di malgovernare una situazione di rischio con una serie di verifiche ad occhio. È colpa non è dolo, è una situazione di pericolo che si verifica per trascuratezza e banalità".

"Solo quando Federico trova il bossolo in bagno – ha invece spiegato in aula l'avvocato Ciruzzi – si rende conto della gravità della situazione e che non si tratta di un semplice spavento. Chiederà al padre di chiamare (di nuovo) l'ambulanza". Sempre secondo la difesa a questa seconda telefonata non assiste nessun familiare e in questa circostanza il Ciontoli continua a raccontare la storia del pettine. L'avvocato Miroli ha ribadito come questa sciocchezza sia frutto solo della mente di Antonio e non di una versione concordata con moglie e figli.

Le reazioni dopo la sentenza

"Non in mio nome" e "Giustizia per Marco". Sono centinaia i commenti tra Facebook, Twitter e Instagram postati da chi in questi anni ha seguito attraverso i media questa vicenda giudiziaria e si è unito virtualmente alla richiesta di giustizia della famiglia Vannini. Tanti i messaggi di solidarietà verso la famiglia Vannini e lo sdegno verso una pena considerata "ingiusta e ridicola". Anche il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, ha commentato duramente la sentenza d'appello: "Uno Stato che consente di uccidere un suo ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti non è uno Stato di diritto ma è uno Stato in cui la giustizia oramai è morta e le Istituzioni non sono più un riferimento credibile per i cittadini. Da sindaco mi sento di dire che oggi provo un senso di vergogna nell'indossare la fascia tricolore in rappresentanza di uno Stato che non tutela i cittadini e che lascia impuniti gli assassini di Marco".

"Pena giusta e non vendetta – ha commentato l'avvocato della famiglia Ciontoli Pietro Messina – Oggi è stata affermata la supremazia dello stato di diritto e della certezza del diritto. Un processo giusto per una affermazione di responsabilità con l’applicazione delle norme secondo la più corretta e consolidata interpretazione dei principi giuridici che sono il fondamento del nostro ordinamento". Non nasconde l'amarezza invece il legale della famiglia Vannini, Celestino Gnazi: "In questo momento penso al verso di De Gregori nella sua ballata "Il bandito e il campione": "Cercavi giustizia, ma trovasti la legge". Capisco la furibonda reazione di Marina. Noi, insieme a lei, abbiamo fatto il possibile e l'impossibile. Questa sentenza è la risposta dello Stato. Io non giudico né protesto. Mi limito a prendere atto con sconcerto. Leggeremo le motivazioni e chiederemo al PG. di proporre ricorso per Cassazione". Bisognerà attendere 45 giorni per leggere le motivazioni e da lì potrà ripartire verso l'ultimo grado di giudizio.