Sono gli AEC, gli Assistenti Educativi e Culturali, lavoratori della scuola tra i più precari e mal pagati, eppure indispensabili alla didattica e nel sostegno agli alunni con difficoltà nel processo di apprendimento. Grazie al loro lavoro bambini e ragazzi non vengono emarginati, rispondono a bisogni specifici e grazie al loro apporto gli insegnanti riescono a portare avanti tutta la classe. Come può testimoniare chiunque abbia esperienza della scuola e in particolare migliaia di genitori, gli AEC sono un tassello fondamentale dell'istruzione pubblica ma, nonostante questo, sono educatori e lavoratori di serie b.

Esternalizzati, assunti tramite cooperative, guadagnano solo se lavorano, con poche tutele e la precarietà come orizzonte di vita. Una situazione che lo scoppio dell'emergenza sanitaria con l'epidemia di coronavirus ha portato alla luce in tutta la sua drammaticità. Ieri gli educatori, da tre mesi ormai senza stipendio, si sono dati appuntamento in piazza del Campidoglio: protestano per i ritardi nell'erogazione del FIS ma soprattutto per la scelta di Roma Capitale di interrompere il servizio, quando i soldi già stanziati potevano andare al sostegno della didattica a distanza garantendo così un aiuto agli alunni e la continuità di reddito per il personale esternalizzato. Tra cartelli, fischietti e giochi per i più piccoli, vengono distribuite anche delle banconote finte che ritraggono al centro l'assessora alle Politiche Sociali Veronica Mammì, con cui è stata chiesta un'interlocuzione urgente.

A manifestare in piazza del Campidoglio c'è anche Elisa che ci racconta la sua storia, e le difficoltà affrontate in questi mesi e che sta ancora affrontando. "Ho 38 anni e ho perso mia marito quattro anni fa perché era malato di Sla, ho due figlie di 14 e 12 anni. La più piccola ha anche dei problemi di salute importanti. Ho vissuto con i cinquecento euro della pensione di reversibilità di mio marito per l'inabilità lavorativa, per tutti e tre, ho un mutuo da pagare da 520 euro al mese.  – spiega raccontando la sua situazione – Per fortuna faccio parte di una di quelle poche cooperative che ha anticipato dei soldi ai dipendenti, soldi che appena arriveranno i soldi del Fondo Salariale d'Integrazione dovremo restituire, ma al momento ancora non è arrivato un euro". E chi ha preso già una tranche del contributo si è visto corrispondere una retribuzione minima, anche di soli 35o euro. Ce la fa chi a casa ha un altro stipendio o può chiedere un sostegno, un prestito a parenti e amici.

"Questo ha dimostrato ancora di più come l'esternalizzazione dei servizi è un problema che va affrontato. – aggiunge –  Per noi il servizio educativo deve essere un servizio del comune, perché di fatto noi forniamo un servizio pubblico. Siamo educatori che svolgono un servizio fondamentale il funzionamento della didattica e per i percorsi di apprendimento e benessere degli alunni con delle difficoltà, ma veniamo pagati a cottimo: se il bambino è malato e stiamo casa non veniamo pagati, se la scuola è chiusa non veniamo pagati, l'estate vediamo interrotto il nostro reddito già basso".