Rinvio a giudizio per tutti e cinque gli indagati per l'omicidio di Serena Mollicone. È quanto richiesto ieri mattina dal pubblico ministero Maria Beatrice Siravo al giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cassino Domenico di Croce. Il gup ha rigettato le eccezioni presentate dalla difesa, in particolare, quella sulla genericità del reato contestato di omicidio volontario alla famiglia Mottola. Il pm ha parlato per circa un'ora in Aula, ripercorrendo dettagliatamente tutte le fasi di'indagine e sostenendo l'attendibilità delle dichiarazioni rilasciate dal brigadiere Santino Tuzi, prima della sua morte, ossia di aver visto Serena la mattina del 1 giugno di diciotto anni fa entrare nella caserma dai carabinieri di Arce senza però uscire. Presente in aula Antonio Mollicone, zio di Serena, mentre papà Guglielmo che da quasi vent'anni si batte affinché la figlia abbia giustizia, è purtroppo ancora ricoverato in ospedale, dopo l'infarto che lo colto improvvisamente. Il giudice si esprimerà sul rinvio degli indagati il prossimo 20 marzo.

La storia del delitto di Arce

Era il giugno del 2001 quando Serena Mollicone, diciotto anni, è scomparsa da Arce. È uscita di casa al mattino per fare un'ortopanoramica dal dentista, ma i suoi cari non l'hanno più vista rientrare. È stata ritrovata morta nel bosco dell'Anitrella in zona Fonte Cupa, con mani e testa legate da fascette e una busta di plastica stretta attorno al collo. Inizialmente i sospetti sono ricaduti sul padre, che è stato indagato e portato via dai carabinieri durante i funerali. Nel 2006 la Cassazione lo ha prosciolto da ogni accusa. Da una seconda indagine che ha voluto la riesumazione della salma di Serena e nuovi accertamenti autoptici, a finire iscritte nel registro della Procura per la morte della giovane cinque persone: la famiglia dell'allora comandante della caserma dei carabinieri di Arce, il maresciallo Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano.