Gabriel Feroleto è morto a 2 anni strangolato dalla mamma a Piedimonte San Germano. Secondo le prime informazioni apprese sul drammatico caso di cronaca nera che ha scosso il Frusinate, Donatella Di Bona, 28 anni, soffriva di un malessere, probabilmente riconducibile alla depressione post partum. Non è possibile sapere cosa sia accaduto emotivamente alla donna nell'istante in cui ha stretto le mani intorno al collo di suo figlio, lasciandolo riverso a terra fino all'arrivo, purtroppo inutile, dei soccorritori in eliambulanza. Prendendo spunto da questo caso, e parlando più in generale di tematiche attinenti, Fanpage ha intervistato Mirta Mattina, coordinatrice gruppo di lavoro su Psicologia e Salute Perinatale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio.

Che genere di malesseri possono soffrire le donne durante e dopo la gravidanza?

Genericamente le donne che hanno avuto da poco un figlio possono soffrire di forme di disagio tra le quali la depressione post partum, una delle più serie. Un disturbo che secondo i dati epidemiologici può riguardare circa un 10, 15% di donne. I motivi sono di varia natura: fattori personali, economici, personali, se abbia già sofferto in passato di problematiche di depressione e se abbia avuto o meno il sostegno di una rete sociale intorno a sé. Quando ci sono dei fattori di rischio, infatti, è più facile andare incontro a questa forma di disagio psichico. Nella nostra società purtroppo i neo genitori, in particolare le neo mamme, spesso si trovano a vivere da sole la dimensione della maternità, che di per sé può essere un'esperienza molto bella e gioiosa della vita, ma che è anche estremamente faticosa.

Quali sono i fattori di rischio più diffusi che portano una donna ad andare in contro a depressione post partum?

Povertà e solitudine sono sicuramente tra i fattori di rischio di una donna lasciata sola. I dati epidemiologici ci dicono che in condizione di povertà, di difficoltà o di isolamento sociale, il rischio di sviluppare psicopatologia post partum è aumentato. Ciò significa che la società e le istituzioni dovrebbero investire nel periodo perinatale, ossia che si svolge intorno alla nascita che va dal concepimento fino ai primissimi anni di vita.

Cosa dovrebbero fare le istituzioni per dare un sostegno alle famiglie?

È necessario investire con servizi di supporto a famiglie, coppie e genitori singoli. Se vogliamo fare veramente delle politiche di sostegno alla genitorialità si deve lavorare sui congedi di paternità perché il fatto che ci siano almeno i due genitori insieme al bambino è sicuramente un fattore protettivo in situazioni di potenziale disagio. Se una donna è sola è importante costruire intorno a lei una rete sociale: le istituzioni dovrebbero favorire dei punti di aggregazione, finanziare i consultori pubblici, agevolare tutte quelle reti informali che si creano tra genitori dove ci si dà supporto reciproco, pensare a dei servizi di assistenza domiciliare nei primi mesi ad esempio dopo il parto, più asili nido, conciliare ritmi di lavoro e maternità, offrire opportunità lavorativa alle donne anche in questa fase del loro ciclo di vita.

Molte donne vengono licenziate o si dimettono durante o dopo la gravidanza…

Il dato sui licenziamenti o dimissioni delle donne in gravidanza o nei primi periodi di vita dei loro bambini è altissimo. Ciò non dipende dal fatto che le donne non vogliono lavorare, ma che non sono messe in condizione di poterlo fare. Molto del disagio di cui parliamo può essere prevenuto con una presenza diversa delle istituzioni. Inoltre investire in questa fase fa risparmiare soldi: c'è uno studio della London School of Economics  che ha stimato quanto sia l'impatto per la società del disagio perinatale non riconosciuto ed è altissimo in termini economici. Le nostre istituzioni dovrebbero comprendere  che investire nella salute perinatale oltre essere giusto, corretto e etico, è anche economicamente vantaggioso. Perché il costo di interventi successivi per intervenire in situazioni in cui il disagio è già conclamato è più alto invece dei costi della promozione d'interventi mirati alla salute e alla prevenzione del disagio.

Cosa può vivere emotivamente una mamma che uccide suo figlio?

Genericamente parlando e non del caso specifico di Piedimonte, quello che può succedere in una situazione di disagio intercettato è che l'equilibrio della persona si alteri al punto tale da non riuscire più a restare in contatto con la realtà. La fatica, l'assenza di sonno, il senso di smarrimento e di solitudine possono far percepire il proprio bambino non più come il proprio figlio ma come un nemico o fonte del proprio dolore o sofferenza. Sono però percorsi individuali, non si puù generalizzare. La psicosi post partum, che è la più grave delle forme di psicopatologia in questo periodo, dove possono verificarsi deliri e allucinazioni, ha una prognosi assolutamente positiva: se si agisce si risolve senza lasciare strascichi successivi nel resto della vita della donna, che può riprendere a fare la madre a tutti gli effetti come le altre.

Come è opportuno intervenire?

L'elemento chiave affiché la prognosi sia positiva è l'intervento tempestivo ed efficace come la formazione degli operatori la sensibilizzazione su questo tema, perché molto spesso le donne non parlano di questo disagio. Inoltre esiste uno stigma sociale che associa la maternità soltanto a un'esperienza positiva, bella e gioiosa e chi soffre di depressione si vergogna a raccontare ciò che prova, il senso di smarrimento e la paura di essere inadeguata. La comunità intorno alla neo mamma spesso non coglie i segnali di disagio o comunque tende a sottovalutarli, avendo questa visione idilliaca e idealizzata della maternità. Quando questa situazione di disagio profondo degenera in forme estreme, che comunque sono statisticamente molto rare, si resta sconvolti. Tuttavia sarebbe possibile evitare che questi episodi accadono intervenendo in maniera immediata.