Su Rai Tre va in onda l'ultima parte dell'intervista realizzata da Franca Leosini ad Antonio Ciontoli, condannato a cinque anni per omicidio colposo di Marco Vannini. La seconda parte della puntata speciale di ‘Storie Maledette' si concentrerà su quanto accadde dopo la tardiva chiamata del 118 da parte della famiglia Ciontoli, che provocò, di fatto, la morte di Vannini. Soccorsi più immediati avrebbero salvato la vita al ragazzo, hanno dimostrato diverse perizie mediche presentate in sede processuale. Per l'omicidio colposo di Vannini i familiari di Antonio, il figlio Federico, la figlia Martina e la moglie Mary, sono stati condannati a tre anni di reclusione. Per loro in appello è stata confermata la sentenza del tribunale, mentre Antonio Ciontoli in primo grado era stato condannato a 14 anni per omicidio volontario. Marco Vannini è morto a causa di un colpo di pistola sparato, questo dicono entrambe le sentenze, da Antonio Ciontoli nel bagno della villetta della famiglia a Ladispoli.

Ciontoli: "Mio scopo di vita è avere il perdono dai genitori di Marco"

Antonio Ciontoli ha detto a Franca Leosini, in apertura di puntata, che la sua vita "non ha più un senso, sono consapevole di quanto male ho fatto, sia a Marina e a Valerio (i genitori di Marco ndr.), ma anche ai miei familiari. Ho condannato anche loro a vivere una vita che non hanno scelto di vivere. Oggi il mio scopo di vita, il mio più grosso desiderio è quello di cercare un piccolo spiraglio da parte dei genitori di Marco, che comprensibilmente ci hanno chiuso tutte le porte. Che possano provare misericordia e perdono per me.Questo è il mio scopo, questo è il mio fardello: sopravvivere. Sopravvivere a quel poco che resta della mia dignità.Con la consapevolezza che so benissimo quanto può essere incommensurabile questo dolore

Ciontoli: "Troppi i 14 anni della prima condanna, non lo meritavo"

In primo grado Antonio Ciontoli è stato condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale. Ciontoli continua a ribadire di non aver mai pensato che Marco potesse morire:  "Pensavo che il colpo fosse solo nel braccio. Omicidio volontario non è. Non è la condanna che io merito a livello penale. Per me 14 anni erano troppi. Io non ho voluto la morte di Marco Vannini. Non l'avrei mai potuta volere. Perché? Per distruggere tutto? Mai ho ipotizzato una cosa del genere". Per i genitori di Marco già la sentenza di primo grado non sembrava adeguata rispetto alla gravità dei fatti commessi da Ciontoli. In secondo grado Ciontoli è stato condannato a 5 anni per omicidio colposo e ora gli avvocati hanno presentato un ricorso in cassazione.

Ciontoli in lacrime: "Questo sono oggi: una persona fragile, che ha perso ogni certezza"

"Vorrei tranquillizzare le persone e i giornalisti che hanno supportato questa petizione contro il mio reintegro in forza armata. E' chiusa in un cassetto assieme ad altri tanti traguardi, che per altri possono sembrare banali, come tornare a credere in me stesso o essere ancora utile alla società… Traguardi che sono irraggiungibili. E' così lontano da me un reintegro in forza armata… volevo tranquillizzare tutti. La mia presa di coscienza è quella di riacquistare fiducia in me stesso e autostima, cercando il più possibile di stare vicino alle persone che anche loro stanno sopravvivendo a questa tragedia per colpa mia".

Ciontoli: "I media dovrebbero aiutare mamma Marina, non innescare dubbi"

"Vorrei partecipare al dolore di Marina e Valerio. I media dovrebbero aiutare una mamma disperata. A lei è dovuto ed è permesso tutto, ma aiutarla non significa innescare dei dubbi per il solo processo mediatico. Aiutarla significa starle vicino con affetto e con amore", è un altro passaggio dell'intervista di Antonio Ciontoli.

L'intervista ad Antonio Ciontoli, riassunto della prima parte

Ciontoli ha raccontato a Leosini del suo rapporto "intimo" con Vannini: "Marco era un figlio per me. Il sogno di Marco era quello di fare il pilota, spesso ci siamo trattenuti a parlare, colloqui molto lunghi. Lui si immedesimava in questa vita che desiderava fare”. La notte in cui Marco Vannini morì, Ciontoli entrò in bagno, a suo dire, per riprendere le pistole che aveva lasciato incautamente in una scarpiera. Marco era con la fidanzata e si stava facendo la doccia:  "Mi chiede di vedere le armi io gli dico di no, convintissimo che fossero scariche, carico e premo il grilletto. È stato un movimento unico che è durato meno di un secondo".

Ciontoli, ed è questo il punto centrale nel suo racconto, non si sarebbe mai accorto delle preoccupanti condizioni di salute di Marco. Secondo lui il ragazzo non ha mai mostrato di stare veramente male. Questo nonostante avesse un proiettile nel corpo che ha sfiorato il cuore e ha toccato i polmoni: "L’impressione mia era che lui era intimorito, fosse andato in panico. In quei momenti lui mi chiedeva l’acqua più fredda mentre io lo aiutavo a sciacquarsi dal sapone. Non ci siamo confrontati, non mi ha detto ‘mi hai sparato’. Si è lasciato aiutare in questo dolore, si è fidato anche lui maledettamente di me, come si sono fidati i miei figli, mia moglie e Viola".  I soccorsi sono stati chiamati non solo in grave ritardo, ma anche in condizioni di non emergenza. Nell'ultima chiamata al 118, infatti, Ciontoli parla di un ferimento provocato "dalla punta di un pettine". L'ambulanza arriva per questo in codice verde, con a bordo neanche un medico, ma solo un'infermiera: "Quella maledetta sera ho fatto una serie di grossi errori, una catena di grossi errori. Errori che forse sono stati un po’ dovuti a parte dalla situazione di Marco che ai miei occhi non sembrava grave e quindi di pensare di riuscire io a gestire la cosa da solo, di riuscire a portare Marco al pronto soccorso. Mancando di umiltà ho pagato la mia troppa sicurezza ma ho pagato questa sicurezza con la consapevolezza che il corpo stava nel braccio".

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