"Il meccanico di fiducia, l’edicolante, il fruttivendolo del quartiere, un paio di parenti, un pensionato". Per decidere la sua posizione politica in merito alla candidatura olimpica di Roma, Alessandro Di Battista decise di convocare un pool di cittadini che lo potessero aiutare nella sua difficile scelta. E così, racconta l'esponente del Movimento 5 Stelle nel suo nuovo libro, chiese al suo meccanico di fiducia di radunare un team di rappresentanti del quartiere. La riunione del think thank, o soviet, come lo definisce Di Battista, si svolse nell'officina. "Io arrivai in motorino. Lo parcheggiai, scesi, mi tolsi il casco e chiesi a Massimo se si trattava di persone di fiducia. Te poi fida’ disse lui", scrive il deputato nel suo libro “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”.

Come è nato il No alle Olimpiadi di Roma di Alessandro Di Battista.

"Io ero estremamente contrario alle Olimpiadi, ma non ero sicuro che i romani la pensassero come me – scrive Di Battista – In quei giorni mi domandavo se fare un referendum cittadino e proporlo durante le due settimane precedenti il ballottaggio non fosse una soluzione più morbida rispetto a un ‘no’ secco. Decisi di telefonare a Massimo, il mio meccanico, e gli chiesi di radunare un po’ di amici perché, gli dissi scherzando (ma neppure troppo), ‘dovevamo prendere una decisione politica’". I pareri dei negozianti del quartiere confermarono il No alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Decisione che poi Di Battista comunicò all'allora candidata Virginia Raggi. "Le loro risposte furono molto aspre, e non posso riportare le parole esatte per evitare querele. A ogni modo uscii dall’officina, dal mio ‘soviet’ personale tra bulloni, pezzi di ricambio e olio, e mandai un messaggio a Virginia: ‘Sulle Olimpiadi nessuna esitazione, linea durissima. La stragrande maggioranza dei romani sta dalla nostra parte".