Maxi blitz nella piazza dello spaccio di Tor Bella Monaca. I carabinieri hanno arrestato 20 persone, tra cui una donna, appartenenti a un’organizzazione criminale che spacciava cocaina, radicata a Roma, con base davanti alle palazzine popolari di Via San Biagio Platani, nella borgata del VI municipio. Si tratta degli eredi che avevano preso le redini della gestione del traffico di sostanze stupefacenti dopo gli arresti del 2016, durante i quali sono finiti in manette 33 persone ai vertici dell'affare. I nuovi ‘sodali' avevano il compito di portare avanti l'attività illecita, necessaria a dimostrare la costante e inesauribile presenza nel territorio e a garantire il mantenimento delle famiglie. L'operazione "Torri Gemelle 2" è scattata dopo serrate e complesse indagini per un’ordinanza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia. Sulla piazza lavoravano h24 spacciatori italiani di varie nazionalità ed età, compresi minorenni, femmine e maschi. Tra i clienti, sia uomini che donne, di diverse estrazioni sociali anche minorenni. Nel corso di quest’ultima parte delle indagini sono stati documentati oltre duecento episodi di spaccio e recuperato una grande quantità di cocaina. Nell'operazione sono stati coinvolti oltre 200 militari e un elicottero dell'Arma.

Tor Bella Monaca: l'origine dell'indagine

Lo sguardo dei carabinieri si è posato sulla piazza di spaccio e sulle sue "vedette" anni fa, grazie a una precedente investigazione che ha consentito ai militari, di arrestare 33 persone. L'associazione possedeva un "organigramma criminale" nel quale i ruoli all'apice, dopo l'arresto dei boss, erano stati sostituiti e ricoperti da altri membri, saliti di grado. I carabinieri, risaliti all'identità delle persone coinvolte, hanno infatti notato come questi nelle precedenti indagini, si trovavano in posizioni solo marginali. Importanti per il lavoro delle forze dell'ordine, le testimonianze depositate a febbraio 2016, da uno dei pusher stabilmente impegnati nelle attività di spaccio, che ha spiegato come esistesse "uno stato di completa sudditanza dei consociati al volere dei vertici del gruppo criminale, pronti a reprimere, con violenza, qualsiasi tentativo di ‘disobbedienza' e a ‘punire' con aggressioni di gruppo quei sodali, ritenuti responsabili di eventuali errori nell’espletamento dei turni di lavoro loro designati (ammanchi di stupefacente, di denaro, ecc..)" così si legge nella nota dei carabinieri. Un altro elemento chiave dell'indagine di oggi è stata la testimonianza di un collaboratore di giustizia, prima ai vertici dell’associazione, le cui dichiarazioni hanno permesso di far luce sulle modalità ed i tempi di spaccio dell’organizzazione e di ricostruire con chiarezza i ruoli dei vari membri.