In caso di emergenza coronavirus il Lazio è attrezzato? Il piano prevede 543 posti letto in terapia intensiva e 200 di subintensiva, oltre ai 126 di terapia intensiva neonatale, allo Spallanzani, all’Umberto I e al San Camillo. Sono state montate le tensostrutture con i percorsi necessari a evitare il contagio presso i pronto soccorsi. La paura più grande è che la diffusione del contagio porti le strutture sanitarie al collasso, andando a saturare in particolare modo i posti in terapia intensiva e gli ospedali. Con l’allerta coronavirus si è tornato a parlare del valore della sanità pubblica italiana, elogiata per la sua capacità di risposta e le sue eccellenze. Ma dopo decenni di tagli, il sistema è in sofferenza, in particolare nelle aree interne e nelle zone di provincia.

Nel Lazio il rischio che il sistema non ce la faccia a reggere l'impatto è alto. In Lombardia gli ospedali stanno affrontando un momento di grande sofferenza, come raccontato solo ieri da Antonio Pesenti, coordinatore dell’Unità di crisi, nonostante i posti a disposizione siano di più di quelli del Lazio: "In totale i letti di terapia intensivasono 900. Quelli dedicati al Coronavirus per il momento sono 120, con livelli di saturazione che sfiorano il 90%. Il problema è che le condizioni di un malato possono precipitare rapidamente e, dunque, ci vogliono sempre posti a disposizione". Una situazione che ha spinto a rimandare ad esempio gli interventi chirurgici non urgenti.

Meno fondi, ospedali, posti letto e personale

Negli ultimi 9 anni sono stati sottratti al sistema sanitario nazionale circa 37 miliardi di euro, si legge nel rapporto Gimbe 2019: nello specifico, si tratta di “25 miliardi nel 2010-2015 per la sommatoria di varie manovre finanziarie e 12,11 miliardi nel 2015-2019 per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento”. Con una riduzione prevista del rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019 al 6,4% nel 2022, il trend non cambierebbe. Dopo anni di “imponente e progressivo definanziamento” della sanità pubblica L’Italia “è in prima posizione tra i paesi più poveri d’Europa per spesa sanitaria pro-capite”.

Su mille istituti di cura per l’assistenza ospedaliera quasi la metà sono privati accreditati (il 48,20% contro il 51,80% di quelli pubblici). Il Sistema Sanitario Nazionale dispone di circa 191 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 23,3% nelle strutture private accreditate, 13.050 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (89,4%) e di 8.515 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (78,2%), secondo i dati del Ministero della Salute. Tra il 2013 e il 2019 si registra una riduzione di 10mila posti letto per degenza ordinaria nelle strutture di ricovero pubbliche.

Fonte Ministero della Salute, Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale, 2017
in foto: Fonte Ministero della Salute, Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale, 2017

Dal 1997 i posti letto sono diminuiti del 40%. Le aziende ospedaliere sono passate da 97 alle attuali 43 (-40%), per effetto di accorpamenti e riattribuzioni alle ASL, secondo il rapporto OASI 2019. Anche il numero di aziende sanitarie territoriali si è ridotto da 197 a 120 “a causa di numerosi accorpamenti avviati dal livello regionale”. Al 2016, il 30% dei posti letto del SSN è situato in strutture private accreditate, in aumento di 3,2 punti dal 2007. Per legge la dotazione dovrebbe essere di 3,7 posti letto ogni 1.000 abitanti ma la dotazione media è di 2,9 (dati 2017). La dotazione del Lazio rispecchia la media.

Negli ultimi dieci anni il SSN ha perso 42.800 dipendenti a tempo indeterminato; il personale “non stabile” è diminuito del 35%, e il ricorso a personale flessibile non ha compensato il calo, si legge nel rapporto “Lo Stato della Sanità in Italia”. Il blocco del turnover è stata infatti la principale modalità̀ di contenimento della spesa sanitaria degli ultimi anni. “In Italia il personale infermieristico è meno della metà rispetto alla Germania. Contemporaneamente, il 53% dei medici ha più di 55 anni. Il problema è la scarsità̀ di risorse per assumere e formare specializzandi, non la mancanza di medici” concludeva il rapporto OASIS 2018.

Gli ospedali chiusi nella Regione Lazio

Con un avanzo di 88 milioni per il 2019, la sanità della Regione Lazio è uscita dal commissariamento. Una possibilità di nuovi investimenti e assunzioni di cui, dati alla mano, ci sarebbe davvero bisogno: negli ultimi otto infatti molti ospedali hanno chiuso o sono stati ridimensionati. Secondo i dati del Ministero della Salute nel 2011 il Lazio aveva complessivamente 72 strutture di ricovero pubbliche, scese a 56 nel 2017, con un saldo negativo di 16 strutture. In particolare, nel 2011 il Lazio aveva 46 ospedali a gestione diretta, nel 2017 (ultimi dati disponibili) erano 33. A Roma il Forlanini, il Santa Maria della Pietà, il San Giacomo hanno chiuso; il San Filippo Neri, il Sant’Eugenio e il San Camillo sono stati ridimensionati. Emblematico il caso dell’ex Forlanini, il polo di eccellenza per la ricerca e la cura della tubercolosi, definitivamente chiuso nel 2015 e classificato con una delibera del 2016 come bene disponibile, in vendita, per 70 milioni di euro. Anche a seguito delle proteste de cittadini il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti è tornato sui suoi passi, annunciando nel 2017 uno stanziamento di 250 milioni per la conversione del complesso in un polo della pubblica amministrazione. Del progetto non si hanno notizie. Intanto il complesso, immerso in un parco di 28 ettari, sarebbe passata in gestione a Cassa Depositi e Prestiti.

Il modello delle Casa della Salute e lo spostamento sulla sanità privata

Gli ospedali chiusi sono stati sostituiti da un nuovo nuovo modello di sanità diffusa, una rete di cura, incentrato sulle Case della Salute, presidi territoriali aperti dalle 8,00 alle 20,00 dove si erogano prestazioni sanitarie e sociali. Le Case della Salute hanno raggiunto la quota di 1 milione e 800 mila prestazioni totali nel I° semestre del 2019, + 5,3% rispetto al 2018, fa sapere la Regione Lazio in occasione dell’inaugurazione della 22° Casa della Salute, ad Aprilia.

Le liste d’attesa in Italia restano un problema. Nell’ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse secondo il CENSIS. La difficoltà di accesso, insieme all’introduzione del superticket, la quota fissa di 10 euro per ricetta sull’assistenza specialistica ambulatoriale, con l’aumento della spesa a carico del cittadino, spinge verso la rinuncia alle cure o verso il privato. Nel il 2017 l’Istat ha registrato una quota di rinunce per motivi economici pari al 6,8%, del 3,3% per le liste di attesa; nello stesso anno il 27% della spesa sanitaria totale è stata privata.

Lo smantellamento del settore pubblico favorisce quello privato. Ma l’esternalizzazione di funzioni che il settore pubblico rinuncia a svolgere continua ad essere finanziato dal pubblico. “Considerando che i fondi sanitari sono garantiti da una quota consistente di denaro pubblico sotto forma di spesa fiscale, e che buona parte di questa alimenta business privati, questo sistema di fatto si sostituisce al pubblico e spiana la strada alla privatizzazione”, si legge il rapporto GIMBE. Il numero dei fondi sanitari è aumentato progressivamente dai 267 nel 2010 ai 322 nel 2017.

I numeri non mentono, e la sanità pubblica ha bisogno di essere rimessa al centro di politiche e investimenti adeguati: speriamo che almeno l'emergenza che il sistema sanitario sta affrontando possa servire a questo.