La Morte di Giulio Cesare secondo il pittore neoclassico Vincenzo Camuccini nel 1806
in foto: La Morte di Giulio Cesare secondo il pittore neoclassico Vincenzo Camuccini nel 1806

Il 15 marzo del 44 avanti Cristo, alle Idi di Marzo, il giorno in cui Giulio Cesare morì. Quella notte, la notte che precedette l'assassinio, Calpurnia, la moglie del dittatore, ebbe un incubo: il tetto della casa crollava e il marito le veniva ucciso in grembo. Lo storico Luciano Canfora, nel suo libro ‘Giulio Cesare. Il dittatore democratico', racconta che anche Cesare quella notte ebbe una visione: sognò di volare sopra le nuvole e di stringere la mano a Giove. Al risveglio l'incubo della moglie lo turbò non poco e decise di annullare la riunione del Senato. A contribuire al suo timore anche gli indovini, che avevano visto sinistri presagi nelle loro divinazioni. A fargli cambiare idea fu Decimo Giunio Bruto Albino, un uomo che godeva della massima stima di Cesare e che i congiurati avevano inviato a casa del dittatore proprio per evitare cambi di programma dell'ultimo minuto. Plutarco racconta come Bruto tentò e riuscì a convincere Cesare dell'inutilità di quei sinistri presagi della moglie dato che i senatori erano tra l'altro già tutti riuniti e in attesa alla Curia di Pompeo, che si trovava nell'attuale area archeologica di Largo Argentina a Roma. I congiurati partirono tutti insieme da casa di Cassio. Alcuni messaggeri cercarono disperatamente di avvertire Cesare del possibile tradimento durante il percorso da casa alla Curia, ma nessuno riusci a farlo. Come Artemidoro, che consegnò su un foglietto scritto l'avvertimento di un terribile attentato, ma Cesare non fece in tempo a leggerlo e forse lo aveva ancora in mano quando è stato ucciso. "Non oltre le idi di Marzo", le disse Spurinna tra la folla, una aurispice che aveva predetto a Cesare che il pericolo era imminente. "Sono le idi di Marzo e non mi è ancora accaduto niente", le rispose il dittatore romano. "Ma non sono ancora finite", disse lei.

L'assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo

Cesare entrò con la sua lettiga, i congiurati si erano seduti intorno al suo scranno pronti ad agire. Tillio Cimbro diede il via al piano come progettato: si gettò ai piedi di Cesare e lo supplicò di intercedere per il fratello in esilio, poi gli afferrò la toga. Era il segnale: i congiurati si avventano su Cesare con il pugnale in mano. Quest'ultimo avrebbe esclamato, secondo Svetonio: "Ma questa è violenza". "Che fai scellerato?", secondo Plutarco. Questo il racconto di Plutarco nel suo ‘Vita di Cesare':

E quando ciascuno dei congiurati snudò il pugnale, circondato da ogni parte, e dovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e calar di ferro sul viso e sugli occhi, [Cesare] come una belva si dibatteva, trafitto, tra le mani di tutti, poiché tutti dovevano aver parte a quel sacrificio e gustare di quel sangue. Perciò anche Bruto gli diede un colpo all’inguine

Quando vide Bruto snudare il pugnale, si tirò la toga sul capo e si abbandonò, andando a cadere o per caso o perché sospinto dagli assalitori, presso la base della statua di Pompeo.

Diverso il racconto di Svetonio

Quando si accorse che da ogni parte gli venivano addosso con i pugnali levati si avvolse il capo nella toga e con la sinistra ne tirò giù il lembo fino ai piedi per cadere decorosamente.

Secondo alcuni, rivolto a Bruto che levava il pugnale, avrebbe detto “Anche tu, figlio?”.

La famosa frase: Tu qouque Brute fili mi. Bruto non era ufficialmente un figlio di Cesare, ma gli storici ritengono che l'uomo possa essere il frutto dell'amore tra il dittatore e la madre, Servilia. Delle 23 pugnalate inferte dai congiurati, solo una si rivelò mortale, la seconda di quelle che raggiunsero Cesare al petto.