Una provocazione. O forse no. Dieci motivi per cui Massimo Bray sarebbe un ottimo candidato sindaco (e un ottimo sindaco) per Roma.

  1. Basta con le testimonianze, per favore. La sinistra che in questi giorni cerca di riorganizzarsi (con SEL che ha iniziato il proprio percorso per sciogliersi in un nuovo soggetto politico e con i civatiani di Possibile che proseguono l'opera di strutturazione sul territorio) ha, nelle prossime elezioni amministrative, la chiara occasione di dimostrarsi ben diversa dalla solita ritrita parte di testimonianza residuale: la sinistra (qualunque sia la sua composizione) ha bisogno di dimostrare di poter vincere e per farlo deve trovare candidati che riescano a tenere insieme sia i più "sinistri" ma anche e soprattutto i delusi dal Partito Democratico. Inutile girarci intorno: la credibilità dipende alla reale capacità di competere con il Partito Democratico, non dalle condizioni con si riesce ad allearsi con il PD. E Bray, su Roma, metterebbe in difficoltà qualsiasi candidato vincente delle primarie democratiche. Giacchetti in primis.
  2. Parlare ai moderati non significa per forza essere smunti. Se si vuole provare a vincere Roma ha bisogno di un candidato che parli alle diverse estrazioni sociali: tranquillizzare i "salotti buoni" della capitale è ben diverso dall'asservirsi alle cricche di questi ultimi anni ma significa semplicemente riuscire ad ottenere credito politico per la solidità delle vedute e dei progetti oltre che all'effimera indignazione. E Massimo Bray ha dimostrato, da ministro, di avere non solo idee chiare ma anche capacità amministrativa per seguirne la realizzazione. Dopo Ignazio Marino "bravo ma incauto" sarebbe il caso di trovare qualcuno "bravo e bravo". No?
  3. La cultura, la cultura, la cultura. Massimo Bray è stato il migliore ministro alla cultura degli ultimi anni. In un governo sicuramente modesto (stiamo parlando del governo Letta) ha dimostrato una capacità di ascolto non comune tanto da essere stato sostenuto da un'ampia base di operatori culturali per la sua rinomina con Renzi. In un mondo ostico come quello cultura (sempre frastagliata in miriadi di clan in guerra tra loro) è riuscito ad unire e creare percorsi condivisi. Ha promosso le bellezze culturali, la musica popolare, la lettura, le straordinarie realtà museali con l'approccio di chi ha voglia di imparare, con umiltà e intelligenza. Per verificare lo stato dei trasporti a Pompei, ad esempio, ha compiuto un gesto banale e rivoluzionario: ha preso i mezzi pubblici. Roma è la capitale culturale italiana ma (escludendo in parte Veltroni) non ha mai avuto qualcuno veramente capace di valorizzarla come patrimonio mondiale. Bray, inoltre, non è semplicemente un visionario utopico ma ha dimostrato (come per il Festival della Taranta) di sapere valorizzare ma anche "vendere". Insomma per Bray con la cultura si mangia, eccome.
  4. Più antimafioso di molti antimafiosi. Anche se non ha commosso le masse e nemmeno alzato onde di solidarietà Massimo Bray non ha avuto nessuna esitazione quando si è ritrovato ad avere a che fare con le minacce mafiose. La camorra non ha mai visto di buon occhio il suo interessamento per la ristrutturazione della Reggia di Carditello (siamo in piena Terra dei Fuochi) ma lui, nonostante le ripetute minacce, non ha arretrato di un centimetro. È stato l'unico ministro alla cultura italiano che ha avuto una scorta operativa, non d'immagine, che ha vissuto le privazioni di un vita sotto protezione e anche quando non è stato più ministro ha continuato a seguire i progetti da lui iniziati. Se c'è stato qualcuno che sul serio ha provato ad impugnare l'arma della bellezza con il degrado contro le mafie è lui. E certo non avrebbe timore dei tanti "piccoli Buzzi" romani.
  5. Attento ai diritti. Nonostante il suo ruolo non lo richieda Massimo Bray ha sempre espresso idee chiare e contenuti netti sui diritti. Basta farsi un giro sulla sua pagina Facebook per capire quanto sia sensibili ai temi che in molti non affrontano per non scontentare nessuno. Ignazio Marino ha dimostrato che Roma può essere all'avanguardia dei diritti civili, che c'è la base elettorale per farlo. Basta meritarsi la fiducia dei romani. E amministrare la città.
  6. Vanno di moda i manager? Eccolo. Se è vero che la disaffezione alla politica sta spostando l'attenzione degli elettori su figure più strettamente operative dei soliti rappresentanti di partito allora è innegabile che Bray sia un politico anomalo: ha un lavoro (oltre alla politica) operativo come direttore editoriale della Treccani e quindi è abituato a "stare sul mercato". Ah, cosa non da poco: si è dimesso da parlamentare per tornare a fare il proprio lavoro quando ha capito di non essere più utile. Roba da fantascienza.
  7. Ha il valore delle periferie. Tanto per fare un esempio ecco uno stralcio del suo discorso in occasione della prima Assemblea nazionale del Comitato Giovani della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, il 15 gennaio 2016: «Si avverte infatti, specie nelle realtà più periferiche, la distanza tra la cultura ‘alta’, il mondo accademico e gli enti statali, e le realtà che operano con impegno e competenza a livello locale, cercando di promuovere la cultura anche al di fuori dei canali ufficiali e delle strade già tracciate, e costruendo nuovi percorsi di conoscenza per portare alla luce l’inestimabile ricchezza che si cela nelle narrazioni, nei luoghi, nei monumenti, nei paesaggi più reconditi della Penisola.L’auspicio è dunque […] colmare questo vuoto di comunicazione, facendo emergere questo enorme patrimonio di saperi, di idee e di buone pratiche che quotidianamente si sviluppa in ogni angolo del Paese, dandogli voce, e fornendogli gli strumenti per mettersi in comunicazione con le istituzioni e gli enti che si occupano di cultura, scienza, educazione, comunicazione a livello nazionale». Mi sembra già abbastanza chiaro così.
  8. Il lavoro, il lavoro, il lavoro. Bray ha una spiccata cultura del lavoro. Innanzitutto perché lavora ma anche perché ha sempre dichiarato che "il diritto al lavoro è elemento principale per il cittadino, senza dimenticare l’attenzione alla qualità dello stesso, e lo stesso diritto a cambiare lavoro, come generatore di valore". Forse anche per questo da ministro della cultura ha dato uno scossone a un settore in cui la gratuità è stata normalizzata, com'è quello dello spettacolo in Italia.
  9. Sudista. A parte le parole di convenienza dei governanti di turno nessun sindaco di Roma ha mai osato la missione di fare di Roma anche il più importante ponte per il sud. La capitale è sempre stata vista, vissuta e amministrata come enclave a sé mentre potrebbe essere la porta del meridione. E Bray è un meridionale fiero, convinto, ottimista e che piace molto anche al nord. Sarebbe un ottimo ambasciatore del Sud, in quel di Roma.
  10. Fuori dalle dinamiche dei partiti. Bray non è associabile a nessuna compagine politica. Non si invischiato in guerre tra correnti e non ha mai ambito a posizioni di potere. E non è poco.