Ha accettato di parlare, ma solo in forma anonima, un dipendente della casa di cura San Raffaele di Rocca di Papa, dove un focolaio di coronavirus ha provocato 21 vittime tra i pazienti e 178 contagiati. La paura delle conseguenze per dire cosa è accaduto in quelle terribili settimane è tanta, soprattutto quando il futuro lavorativo degli operatori sanitari della struttura è quanto mai incerto. La Rsa è stata isolata ad aprile con una zona rossa e l'esplosione del cluster ha aperto un aspro scontro tra l'azienda proprietà della famiglia Angelucci, la Regione Lazio e l'amministrazione locale del comune dei Castelli Romani. Per stabilire cosa è accaduto e soprattuto se esistano responsabilità precise da parte della società privata, che gestisce la dimora per anziani e pazienti in lungo degenza, grazie a un accreditamento definitivo che gli garantisce i rimborsi pubblici, è stata aperta un'inchiesta.

Che non fosse andato tutto bene all'interno della struttura lo hanno raccontato per primi i familiari dei pazienti rimasti contagiati ai microfoni di Fanpage.it, spiegando come nelle stesse stanze si trovassero pazienti positivi con pazienti senza sintomi. "Secondo me non ha funzionato niente in quella clinica. Iniziando dagli spogliatoi, ce n'era solamente uno maschile e femminile. – spiega – Al 10 aprile ancora si cambiavano tutti insieme, tutti. C'erano già degli infetti conclamati e le nostre tute sono arrivate solo il 16 aprile, camici non ce n'erano. Ce ne hanno dato uno i primi aprile, ma sai quelli di carta straccia. Camici di carta con cui si passa il vitto nei reparti".

 

Non solo mancavano i camici, secondo il racconto del dipendente del San Raffaele, ma anche mascherine e guanti, tanto che gli operatori sanitari erano costretti ad arrangiarsi con carta forno e a non cambiare i guanti tra un paziente e l'altro per arrivare alla fine del turno "All'inizio le mascherine erano dei pezzetti di carta quasi trasparente, come carta velina, dentro ci mettevamo o una garza o un pezzo di carta forno. Dovevano durare 7 ore, un turno giusto, mentre la mascherina forse durava un'ora. I guanti erano contati, c'era gente che non li cambiava tra un paziente e l'altro, per paura di finire il turno senza quei quattro guanti che aveva".

L'assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D'Amato ha spiegato che, nel caso fossero riscontrate gravi responsabilità e mancanze da parte della direzione della Rsa, si sarebbe dovuto procedere con il ritiro dell'accreditamento. Un'ipotesi a cui la proprietà ha reagito bloccando l'erogazione degli stipendi: "Dopo aver lavorato tutto il mese di marzo e aprile il ringraziamento è stato ‘non vi paghiamo più, quasi sicuramente vi licenzieremo a tutti'. Immagina di fare un turno di 5 o 7 ore, dopo aver lavorato una notte intera, invece di staccare alle 7 continui a lavorare fino alle 11 o alle 12 perché non c'è il cambio per poi ricominciare la sera. È stato assurdo, in certi momenti abbiamo lavorato anche solo in cinque persone, tra chi si è ammalato e chi si è messo in aspettativa, perché magari aveva figli piccoli con problemi, aveva paura o aveva genitori anziani a casa con il terrore di contagiarli, non c'era quasi più nessuno a prendersi cura dei pazienti".

E la preoccupazione per il futuro è tanta. "Dopo aver lavorato con pazienti contagiati, dopo averli visti morire, con figli che chiedevano di vederli e non potevano fare neanche i funerali, adesso mi trovo senza una lira… come campiamo i nostri figli? Come campiamo i nostri genitori e come campiamo noi stessi? Come si pagano le bollette, i mutui, la spesa?". 

Ma perché dobbiamo essere costretti a scegliere tra il mantenimento dei livelli occupazionali (garantiti con i fondi pubblici) e il rispetto delle regole e la tutela della salute? La battaglia sul futuro della Rsa di Rocca di Papa è appena iniziata.

La replica del rappresentante aziendale CISL FP del San Raffaele Rocca di Papa

Di seguito la replica al video della cui testimonianza si dà conto nel presente articolo di Luigi Cicogna, delegato Cisl del San Raffaele di Rocca di Papa: "Il sottoscritto Luigi Cicogna , intervistato dalla testata fanpage.it nella mattinata del 10 giugno fuori i cancelli della Clinica San Raffaele Rocca di Papa circa le problematiche che stiano vivendo in questo periodo con il nostro posto di lavoro a rischio , stante la richiesta da parte della regione Lazio di revoca dell’accreditamento , stamattina con stupore ha appreso che le sue dichiarazioni sono state montate nel servizio pubblicato mixate con le parole di una collega (?) che a volto coperto ha reso dichiarazioni a dir poco inattendibili da cui mii dissocio totalmente. Denuncio in tal senso anche la scorrettezza della testata che almeno avrebbe dovuto farmi sapere in anticipo i contenuti del servizio e a chi sarei stato associato. Con questa operazione si è venuto a perdere totalmente il senso del mio intervento teso alla evidenziazione e ricomposizione del problema e improntato alla ricerca di soluzioni per il nostro futuro lavorativo. Mettere insieme le due cose non ha di certo reso un servizio utile alla nostra causa e agli occhi superficiali di qualcuno potrebbe sembrare che le cose abbiano un unico filo conduttore cioè che sia stata colpa nostra che il virus sia entrato nella struttura e a nome di tutti i colleghi respingiamo questa accusa in maniera ferma e decisa. Siamo pronti in qualsiasi momento a metterci la faccia in tutti i sensi e a rilasciare dichiarazioni REALI e VERITIERE su quanto successo nel periodo di emergenza".