Una delle tante raffigurazioni della dea Fortuna.
in foto: Una delle tante raffigurazioni della dea Fortuna.

In questi stessi caldi giorni d’estate gli antichi romani si preparavano a festeggiare una delle divinità più importanti, antiche e potenti del loro pantheon: Fortuna. Orazio la racconta come un’affascinante donna sempre preceduta da Necessità e accompagnata da Speranza e Fedeltà: una dea potente, coinvolta in numerosissimi aspetti della vita tanto da essere chiamata in molti modi diversi, signora del caso e del destino e, secondo le leggende, passionale amante di Servio Tullio. A lei le donne romane dedicarono statue e templi: e proprio a questa Fortuna “Muliebris” il 6 luglio le matrone rivolgevano le loro preghiere.

La dea Fortuna: la “relazione” con Servio Tullio

Come molte delle divinità romane, Fortuna rappresenta un significativo punto d’incontro fra la religiosità italica, greca e quella ufficiale romana: secondo le fonti la sua esistenza si colloca ancor prima della fondazione di Roma, e le leggende vogliono che fu il re Servio Tullio a tributarle, per primo, tutti gli onori. Plutarco racconta un aneddoto molto curioso a riguardo: la dea era solita far visita all'uomo passando attraverso una finestra della sua abitazione, per giacere con lui.

Si tratta, ovviamente, di una fantasiosa trasposizione sotto forma di “pettegolezzo” sulla straordinaria vita, divenuta leggendaria, di un uomo che nato da una schiava diventerà il sesto re di Roma:

Vi sono altri innumerevoli onori ed epiteti di Fortuna, la maggior parte dei quali istituì Servio, poiché egli sapeva che Fortuna è di gran peso, anzi che è tutto nelle vicende umane, e in particolare poiché sapeva che grazie alla buona fortuna era salito al regno provenendo da una schiava di guerra.

Fortuna: una dea dai tanti volti

Raffigurazione della dea Fortuna conservata al Museo Della Civiltà Romana.
in foto: Raffigurazione della dea Fortuna conservata al Museo Della Civiltà Romana.

Tuttavia, al di là delle leggende, fu a partire dall'epoca antica che la città di Roma iniziò a riempirsi di templi e statue dedicate a questa donna velata, talvolta rappresentata con l’elmo da guerra, altre con corna di vacca, altre ancora con una corona di raggi solari. “Primigenia”, perché da lei provengono tutti gli altri Dei, “Virile”, perché simbolo di “forza”, “barbata” in quanto accompagnava i ragazzi nello sviluppo verso l’età adulta, e “virginalis”, protettrice delle figlie femmine. E ancora: Averrunca, che allontana la sfortuna, Annonaria, che protegge i raccolti, Volubilis, che cambia, e addirittura Viscata: come con il vischio, l’uomo viene catturato e vi rimane attaccato.

Fortuna Muliebris: la dea delle donne che salvarono Roma

Santuario di Fortuna Primigenia a Palestrina.
in foto: Santuario di Fortuna Primigenia a Palestrina.

La Fortuna aveva a che fare con tutti gli aspetti della vita quotidiana, civile, morale e religiosa del popolo romano: sono quasi trenta i nomi di Fortuna, come riporta sempre Plutarco nelle Quaestiones Romanae. Ma questa divinità multiforme non fu solo al centro delle celebrazioni religiose che si susseguivano durante l’anno: fu anche protagonista di un evento storico destinato a cambiare per sempre il destino di Roma. Le donne lo sapevano, e per questo iniziarono a venerarla.

Accadde a seguito della resa dei Volsci di Gneo Marcio Coriolano nella guerra contro Roma: Gneo Marcio era stato un valoroso generale dell’esercito all'epoca della prima guerra contro i Volsci, eroe indiscusso della presa di Longula e Corioli, città dalla quale prese il nome. A seguito di violenti scontri fra patrizi e plebei sulla riduzione del prezzo del grano a seguito delle guerre, Coriolano venne esiliato, trovando ospitalità proprio fra le fila degli storici nemici Volsci.

Era sul punto di attaccare la città, a capo dell’esercito nemico, quando Veturia e Cornelia, madre e moglie di Gneo Marcio, riescono a persuaderlo a non combattere contro la propria patria. Il racconto più dettagliato della vicenda è quello di Tito Livio, che in Ab Urbe Condita descrive come “Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: ‘Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre’”.

Le matrone romane chiesero, successivamente, di fondare un tempio in nome della dea che aveva presieduto il ravvedimento di Coriolano: il senato romano acconsentì, a patto però che fosse gestito dai pontefici. La clausola non piacque affatto alle risolute romane, che costruirono a proprie spese il tempio a Fortuna Muliebris, celebrando non tanto il condottiero quanto le due straordinarie donne che lo avevano riportato sulla retta via dietro spinta divina.