Carlo Verdone nei panni di Oscar Pettinari, protagonista del film "Troppo Forte" (1986): il tipico "coatto" romano.
in foto: Carlo Verdone nei panni di Oscar Pettinari, protagonista del film "Troppo Forte" (1986): il tipico "coatto" romano.

Perché usare una sola parola quando è possibile, a seconda delle circostanze e delle caratteristiche delle persone che abbiamo di fronte, avere a disposizione un intero vocabolario di termini per prendere in giro o insultare qualcuno? Il dialetto romanesco lo sa bene, e per questo si è dotato di un’infinità di aggettivi per descrivere le bizzarrie e le eccentricità dei suoi parlanti: è il caso del famoso aggettivo, uscito ormai anche dai confini della parlata dialettale, “coatto”. Un termine molto particolare, che nel corso del tempo ha modificato enormemente il suo significato: ecco qual è la sua vera origine.

L’identikit del coatto, oggi

Oggi tutti, anche chi non è di Roma, sappiamo riconoscere un vero coatto quando lo vediamo: rozzo e volgare, dalla parlata sboccata e disinibita, vestito in modo eccentrico ma di poco gusto e, il più delle volte, originario di qualche zona periferica della capitale. È anche grazie alla commedia all'italiana, si pensi per esempio ad alcuni personaggi di Carlo Verdone, che il “coatto” è entrato nell'immaginario comune come emblema della “romanità” più folcloristica.

In altre zone d’Italia lo si chiamerebbe semplicemente “tamarro”, ma la storia linguistica del “coatto” è un po’ più complessa di quello che immaginiamo: si tratta di una di quelle parole che contengono anche un po’ la storia dei suoi parlanti e della società in cui sono nate, poiché ad analizzarne il senso originario si scopre che in origine il suo utilizzo era riservato ad una particolare categoria di persone: nel caso del coatto, ad esempio, ai membri della malavita di periferia.

L’origine della parola: il coatto, dall'italiano al dialetto

Per risalire all'origine del termine dialettale basta analizzare l’uso che della parola “coatto” si fa in italiano. L’etimologia è, infatti, la stessa, e il suo significato pur discostandosi da quello proprio dell’italiano è ascrivibile allo stesso contesto: derivata dal latino “coactus”, participio del verbo “cogĕre” ovvero “costringere”, questa parola indica qualcosa di “forzato”. Nel gergo giuridico indica un provvedimento imposto dall'autorità, come ad esempio l’obbligo alla permanenza nella propria abitazione a seguito di una condanna, chiamata appunto “domicilio coatto”.

Il significato del coatto romanesco si inscrive proprio in questa sfera di azione, riconoscendo nel “coatto” colui che è sottoposto a procedimenti penali e, per esteso, il delinquente. In origine infatti il termine veniva usato in modo spregiativo per indicare i malavitosi e i criminali, contraddistinti da uno stile di vita eccessivo e sopra le righe. Anche se oggi è utilizzato anche in senso ironico e canzonatorio, originariamente il “coatto” era equivalente al “malandro”, che letteralmente indicava il ladro di strada.

Nel tempo la figura del “coatto” come criminale si è sovrapposta a quella dell’abitante delle borgate e delle periferie, che nell'immaginario popolare è sempre stato assimilato alle pratiche malavitose: oggi la connotazione originaria si è perduta, ed è possibile riconoscere un “coatto” anche semplicemente nel modo di vestire o di parlare, eccessivo e poco elegante, a prescindere dal suo luogo d’origine o dalle sue pratiche di vita. Basta fare attenzione a non confonderlo con il “burino”: altro tipico “personaggio” romano, che però ha una storia e un'origine ben diverse.