"Non conosco i buttafuori, era la seconda volta che andavo in quel posto. Conosco Michel (uno dei tre indagati in carcere ndr.) di vista, ma non l'ho mai conosciuto. Il gruppetto che ha aggredito Emanuele sicuramente non voleva difendere me, è gente che non conosco, non l'ho mai frequentati. La lite al bar non è assolutamente collegata a ciò che è accaduto fuori". A parlare è Domenico, uno dei testimoni chiave della serata in cui Emanuele Morganti è stato ucciso ad Alatri. Il ragazzo, che fino a ieri non aveva rilasciato dichiarazioni, è la persona con cui Morganti ha litigato al bancone bar del Mirò Music Club. Una litigata che poi, direttamente o indirettamente, ha scatenato l'aggressione mortale al 20enne. "Con me ha avuto un diverbio verbale nato e morto là. Poi se all'esterno ha avuto un diverbio con qualcun altro io non lo posso sapere, perché ero rimasto all'interno del locale", sostiene Domenico in un'intervista rilasciata a Chi l'ha visto?. Circostanza, quest'ultima, confermata dai testimoni. Domenico quella sera non ha più avuto contatti con Emanuele quando i due buttafuori sono intervenuti per separarli.

Se quello che dice Domenico è vero, se non si tratta di vendetta, di un tentativo di vendicare un amico per un litigio, perché Emanuele Morganti è stato aggredito? Perché ha detto qualche parola di troppo ai buttafuori mentre lo trascinavano di peso fuori il locale? Per una vendetta covata da tempo, come sostiene la sorella del ragazzo ucciso?

Damiano, uno dei buttafuori indagati: "Sono restato sempre all'interno del locale"

Per la morte di Emanuele sono indagati Mario Castagnacci e Paolo Palmisani. Loro sicuramente hanno partecipato all'aggressione all'esterno del Miro Music Club e a provarlo c'è il racconto di diversi testimoni. Avrebbe partecipato anche Michel, l'ultimo ad essere indagato e l'ultimo a finire in carcere insieme ai due fratellastri. Ancora da chiarire il ruolo di Franco Castagnacci, padre di Mario, che sicuramente si trovava all'esterno del Miro Music Club.

Nel registro degli indagati sono finiti anche i quattro buttafuori del locale, anche se a trascinare Emanuele Morganti all'esterno della discoteca sono stati solo in due. Non è ancora chiaro se i colleghi li abbiano raggiunti in seguito. Uno di loro è Damiano, anche lui indagato per omicidio. Anche lui ha raccontato la sua versione ai microfoni di Chi l'ha visto?: "Io non ero vicino al bancone, ero vicino alla consolle. Una ragazza mi avvicina e mi dice: ‘Stanno litigando. Ma in pista tutto era tranquillo. Quando mi giro vedo due colleghi andare verso il bancone. Ho provato ad avvicinarmi, ma il locale era troppo pieno. I miei colleghi due ragazzi, prendono Emanuele e lo accompagnano fuori. Ho visto questa scena a dieci metri. Quando è stato preso Emanuele, una nuvola di gente, venti o trenta persone, si sono affrettate ad uscire dietro a lui e ai due colleghi. Mi sono avvicinato alla scala, mi hanno fatto segno: ‘A posto, stanno fuori'. Allora sono rimasto dentro". Quella sera Damiano, stando al suo racconto, non è mai uscito dal locale fino alla chiusura avvenuta alle 2 e 30, poco dopo l'omicidio di Emanuele. Nella sua macchina, parcheggiata poco lontano dal luogo dell'aggressore, i poliziotti trovano un manganello di legno vicino alla ruota di scorta, all'apparenza integro e senza un graffio. Sopra c'è una scritta: ‘onore e fedeltà'. "Era mio, un regalo di mio nonno. Mai usato. Io non ho avuto mai contatti con Emanuele quella notte", sostiene il buttafuori.