Dopo lo sgombero di via Curtatone e la riapertura del dibattito sugli sgomberi una delle ipotesi messe in campo dal Viminale è quella di impiegare i beni confiscati alla mafia per poter offrire una sistemazione a chi si trova in situazione di emergenza abitativa. L’obiettivo è quello di seguire la linea ‘niente più sgomberi senza alternative abitative'. L’ipotesi del riutilizzo dei beni confiscati alla mafia non è in realtà una novità assoluta. Da tempo i comuni utilizzano questi immobili per far fronte all’emergenza abitativa. E lo fa, da tempo, anche il comune di Roma. Inoltre, come spiega Danilo Chirico, presidente dell’associazione antimafie ‘Da Sud’, i numeri di Roma per quanto riguarda il diritto all’abitare sono tali da far pensare che non è questa una soluzione che può risolvere il problema.

Per il diritto all’abitare non può essere risolutivo l’utilizzo dei beni confiscati alla mafia, è una questione di numeri – spiega Chirico a Fanpage.it – ma una cosa diversa è se parliamo solo dei migranti, in quel caso i numeri sono differenti e forse per la loro situazione si può risolvere qualcosa”. In ogni caso, secondo Chirico, la proposta avanzata dal Viminale in questi giorni non sembra che possa essere attuata: “A giudicare dall’eco che sta avendo non credo che i beni confiscati verranno utilizzati a questo scopo. Ma comunque non cambierebbe nulla, sarebbe solo una boutade, per buttarla in caciara”. Una mossa che non risolve nulla, in sostanza, ma che servirebbe a dare un “indirizzo politico”.

Beni confiscati alla mafia per l'emergenza abitativa: cosa prevede la legge.

Secondo quanto previsto dalle normative in materia di beni confiscati alla mafia, gli immobili che rientrano in questa categoria possono essere “trasferiti al patrimonio del comune per finalità istituzionali o sociali”, secondo quanto prevede la legge 109 del 1996. In particolare vengono forniti contributi al finanziamento di progetti relativi  al “risanamento dei quartieri degradati, alla prevenzione e al recupero delle condizioni di disagio e di emarginazione”.  Un decreto del 30 gennaio 2015 è stato poi dedicato al “programma per il recupero ai fini abitativi degli immobili confiscati alla criminalità”. L’obiettivo è quello di “incrementare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica da dedicare alle categorie più svantaggiate”, mettendo a disposizione dei comuni risorse per l’adeguamento a fini abitativi degli immobili dal 2014 al 2017 per un totale di circa 18 milioni di euro.

I beni confiscati alle mafie nel Lazio e a Roma.

La regione Lazio ha fornito i dati riguardanti i beni confiscati alla criminalità organizzata all’interno del rapporto ‘Mafie nel Lazio', pubblicazione curata dall'Osservatorio tecnico-scientifici per la sicurezza e la legalità della regione Lazio in collaborazione con l'associazione Libera. Dal report emerge che nel Lazio ci sono 1.270 immobili confiscati: 435 già destinati (quindi utilizzati) e 835 in gestione (ovvero non ancora consegnati). Il 52% dei beni confiscati nel Lazio è stato assegnato ai comuni e nel comune di Roma gli immobili confiscati sono 446. Nella provincia della Capitale, invece, sono in totale 721 gli immobili confiscati: 329 destinati e 392 in gestione, con un aumento negli ultimi anni (soprattutto di valore) dovuto alla vicenda di Mafia Capitale. Nella provincia di Roma sono 225 gli immobili confiscati destinati ad usi abitativi e 220 quelli in gestione per lo stesso scopo.

Dopo le polemiche che hanno seguito lo sgombero di via Curtatone, l’assessore capitolino alle Politiche Sociali Laura Baldassarre ha sottolineato che “il tema dei beni sequestrati e confiscati alla mafia è centrale per l’amministrazione”. Ma il sito del comune di Roma è aggiornato, sul tema, al 30 novembre 2016: a quella data risulta infatti riferita la tabella in cui vengono riportate 66 voci di beni confiscati e in gestione del comune. Tra questi, una quindicina sono stati destinati – come scritto sulla tabella – al dipartimento Politiche Abitative per l’emergenza abitativa. Altri documenti, redatti su base provinciale, mostrano che sono decine e decine gli appartamenti che sono stati riassegnati nella provincia di Roma agli “alloggi per indigenti”. Una pratica quindi già attuata da tempo a Roma e non solo.

La sindaca di Roma, Virginia Raggi, incontrando il ministro dell'Interno, Marco Minniti, ha proposto delle possibili soluzioni per arginare il problema dell'emergenza abitativa a Roma. La prima riguarda la "messa a disposizione delle caserme che potrebbero essere riadattate per abbassare le liste di attesa". La seconda è quella di "riattivare il mercato immobiliare: a Roma abbiamo oltre 200mila case tra sfitte e invendute".

I beni confiscati non possono risolvere la questione abitativa.

La destinazione ai comuni dei beni confiscati è prevista per un uso sociale e l’emergenza abitativa lo è”, spiega infatti Chirico. Il presidente dell’associazione Da Sud sostiene che però “la questione abitativa è un caso enorme che non riguarda solo i migranti: parliamo del tema della disuguaglianza, e per questo dovremmo pensare anche ad altre soluzioni come il ricorso alle case sfitte”. Per Chirico, “non può essere risolutivo l’utilizzo dei beni confiscati: con questa possibilità nulla cambia, è solo un indirizzo politico”.

Il problema dei beni confiscati alla mafia, secondo Chirico, riguarda in primo luogo le difficoltà a far funzionare questo meccanismo: "Ci sono ritardi nella gestione del patrimonio già acquisito", segnala. Problema che colpisce anche Roma, dove, inoltre, "di molti beni non si sa nulla": "L'assessore – spiega il presidente di Da Sud – parla come se le cose fossero state già fatte ma in realtà non è così. Sia Marino che il commissario Tronca che l'M5s hanno detto che stavano riordinando, facendo gli elenchi, preparando i bandi, ma va sempre tutto molto a rilento". Eppure, secondo Chirico è possibile anche effettuare le assegnazioni "rapidamente", al di là del tempo, in alcuni casi, di "risanare e ristrutturare" gli immobili. In ogni caso, "con questa iniziativa non ci sarebbe nessuna novità, non si risolve così la questione", aggiunge riferendosi all'ipotesi paventata dal Viminale. Anche perché in ogni amministrazione il processo funziona in un determinato modo, il che comporta che in alcune zone "funziona bene mentre in altre, come a Roma, funziona molto male".